INDICE

I. Tradizione della Santa Croce

II. Le processioni sul monte

III. Norme per le processioni colla S. Croce nelle grandi calamità

IV. La processione al monte nella siccità del 1895

V. L’altare di S. Croce ed il monumento marmoreo

VI. Parole del compilatore

I.

Tradizione della S. Croce.

Nella storia patria in generale, e in quella di questa Parrocchia in particolare, non troviamo nominata questa croce miracolosa che soltanto nell’anno 1672 e precisamente nell’elenco dei parrochi di Bleggio, al nome del Parroco Giorgio Lazoli di Riva, che vien nominato Archipresbiter S. Crucis (Arciprete di S. Croce). Resta perció assicurato che la Croce insigne era già allora in venerazione, e non da poco tempo, se questa fino d’allora ebbe tanta forza da mutare l’antico e romano nome di Bleggio in quello di S.Croce.

Più in su da quest’epoca non abbiamo documenti certi della nostra Croce, ma solo tradizioni più o meno plausibili e poche che resistano alla critica.

Non faremo accenno alla diceria della comparsa miracolosa di tre croci allo spiazzo sul monte di S.Martino; una quella di Bleggio, l’altra quella di Lomaso sopra Godenzo, la terza scomparsa, non si sa dove; chi la vuole nel Banale in luogo ignoto, chi fuggita sulla riviera bresciana. Altre simili tradizioni da filò, che ancora si ripetono da pie vecchierelle, non hanno nissuna anche meno lontana probabilità di sussistenza e quindi si tralasciano.

La tradizione, che più davvicino si fa al vero, è la seguente: Un antico pastore di capre o pecore, uomo tutto fede e pietà, portandosi al pascolo sulle falde del monte Bracco ossia di S.Martino, per contentare la sua devozione e recitare le sua preci con più fervore assieme a que’ ragazzi che andavano con lui alla guardia di que’ minuti animali, pensò di formarsi una Croce e quivi ai suoi piedi prostrarsi in pio esercizio di orazione. Con legno quindi di larice, che si trovava in abbondanza in cima al monte, si fece alla meglio una gran Croce, e scelse il miglior posto per collocarla. L’unico piano inclinato, che si prestasse alla bisogna, era appunto il luogo detto Alla Guarda, perchè di là si vedono e si guardano tutte le Giudicarie esteriori che come in ameno anfiteatro ti si presentano alla vista. Questo piano è tutto seminato di massi erratici di granito e sopra il maggiore, che sta in orlo al piano verso la valle, il nostro buon’uomo piantò la Croce, scavandovi un buco capace a sostenerla di fronte alle scosse dei venti.

Quivi, continua la tradizione, il divoto pastore ogni giorno che vi ascendeva col gregge era solito ripetere le sue divozioni, e quivi pure le faceva ripetere ai varii ragazzi che mano mano lo assistevano nella custodia degli animali cornuti e lanuti.

Con ciò piano piano si introdusse la divozione a questa Croce, che se limitata al pastore ed ai ragazzi da principio, si estese poi ad altri, ed eccone il come, sempre giusta la medesima tradizione.

Essendo la Croce, come si disse, posta nell’unico piano inclinato che abbia il monte suddetto, ne veniva, che ascendendo il contadino o discendendo con carri od altri veicoli, quivi si dovesse fermare per riposare alquanto, ed essendo il popolo giudicariese sempre di fede viva e quasi dica naturalmente pio, era conseguenza che vedendo la Croce, si scoprisse il capo, o avvicinandosi alla medesima o stando dalla strada la invocasse con qualche prece.

Quando poi a qualcuno, sia nel lavoro del monte, sia nel discendere, avveniva qualche pericoloso accidente, spontaneo sorgeva nella sua mente il pensiero di raccomandarsi a quella Croce, e: Santa Croce benedetta, aiutatemi! Era l’invocazione, che gli usciva tosto dalle labbra.

Avveniva una burrasca, minacciava tempesta, scrosciava il turbine, alla Croce si volgeva, la Croce pregava. Se veniva liberato dal pericolo, se la bufera passava senza danno, egli attribuiva alla Croce la grazia e la liberazione.

I ragazzi che ritornavano dal pascolo, gli uomini che discendevano dal monte e che esperimentavano la virtù della Croce, raccontavano l’avvenuto a que’ di famiglia, ed in ispecie alle loro donne. Queste, de devoto femmineo sexu, per curiosità naturale non saranno mancate di correre di quando in quando lassù per vedere la Croce tanto rinomata e nominata dai loro uomini.

Siccome però alle nostre donne non restava un tempo più libero dalle molteplici occupazioni di quello dei giorni festivi e domenicali, questi erano da loro prescelti per fare una scappata lassù, e là soddisfare alla loro divozione.

Finché la cosa rimaneva limitata a pochi, non faceva nissuna impressione, né dava nissun motivo, né a discorsi, né a critiche, né ad altro. Ma quando la divozione passò nel mondo femminino, si estese a tutta la parrocchia e più oltre. Le grazie ottenute si raccontavano e forse si ingrandivano; sicché il concorso, specialmente nei giorni festivi e d’estate, si faceva più numeroso, e fu osservato dal Clero.

Anzi non poche volte si vedevano le funzioni della Chiesa al dopo pranzo mezze deserte, perché i devoti ascendevano a frotte il monte. Si fu allora che il Clero pensò sul serio a questa nuova divozione e decise di regolarla nel miglior modo per la salute delle anime.

Proibire al popolo di ascendere il monte, pareva un fare ostacolo alla pietà; lasciare fuggire lassù tanta gente, e vedersi la Chiesa parrocchiale vuota al tempo della dottrina, non poteva stare. Dunque? Ecco la felice combinazione.

Si trasporti la Croce venerata dal monte nella Chiesa parrocchiale, e così si avvicinerebbe l’oggetto di venerazione ai divoti ed in pari tempo essi sarebbero sempre presenti alle istruzioni ed alle altre funzioni ecclesiastiche. E così la Croce dal luogo della Guarda sarebbe stata portata nella Chiesa parrocchiale di Bleggio.

Quando ciò sia avvenuto non ci è dato di saperlo, ma dallo stile dell’altare, e dalle grazie segnate in cronaca, e da qualche tabella votiva si potrebbe arguire che ciò sia avvenuto circa il 1600.

L’origine poi delle solenni processioni, che nelle maggiori necessità si fanno colla Croce insigne dalla Parrocchia fino sul monte, al luogo del primo culto, si deduce da questo.

Nelle maggiori distrette non vedendosi il popolo esaudito pregando la S. Croce nella Chiesa parrocchiale, avrà reclamato che fosse riportata al luogo pristino, sperando con ciò più efficace intercessione, ed il fatto avendo provata non vana questa fede, si venne a stabilire in tali circostanze questo atto solenne e commovente della processione al monte.

II.

Le Processioni sul monte

Dalle memorie lasciate dal benemerito Paroco di Bleggio m. rev. Don Pellegrino Merli togliamo quanto segue:

“Santa Croce venne portata sul monte di S. Martino in ogni calamità e sempre si ottenne grazia, sicché i Giudicariesi vi prestano la massima fede. Una tale funzione si fece otto volte a ricordo d’uomo – (D. Merli scriveva nel 1853) – nel 1796, nel 1800, nel 1809, nel 1817 ai 9 di maggio, quando non era per anco caduta una goccia d’acqua in tutto quell’anno e si ottenne ancora in quel giorno prodigiosamente; nel 1824, nel 1831, nel 1839, ed in quest’anno 1853 ai 19 agosto, e ai 2 settembre, la seconda volta. La prima volta non si ottenne una pioggia bastante, ma sufficiente a tener vivi i prodotti delle campagne; la seconda si ebbe una pioggia di quattro giorni, pioggia indispensabile anche all’alberatura. Segnatamente nella seconda processione era massima la divozione a misura del bisogno e molti erano saliti su quel monte a piè scalzi, fino i vecchi decrepiti; concorsero 6000 persone”.

“Nel 1861 ai 23 agosto si portò un’altra volta la S. Croce sul monte con un concorso non più veduto di oltre 7000 persone. Era sino dai 17 luglio che non cadeva una goccia d’acqua; ai 21 agosto fu fatto il voto nel solito modo (come si dirà più sotto) e dopo un’ora cadde un’ora di pioggia non bastante all’arsiccia terra, ma sufficiente a temperare gli ardori insopportabili. Ai 24 poi, cioè il giorno dopo la funzione, si ebbe la prodigiosa grazia contro ogni umana aspettazione con cinque ore di pioggia saluberrima per le vite umane, che pericolavano a motivo dell’eccessivo caldo, ed assai vantaggiosa per le campagne”.

“La domenica di sera ai 25 con un altro concorso di quasi tre mila persone si fece la chiusa portando la S. Croce per Bardiane con discorso analogo, e, riposta la Croce, si fece l’esposizione del SS. Sacramento cantando il Te Deum. Nel giorno 23 cantò la S. Messa il rev.mo Paroco di Banale e i rev.di curati di Saone, Stenico e S. Lorenzo”.

“Anche questa volta la divozione fu assai edificante; il sottoscritto Paroco predicò sul monte sui flagelli pendenti a motivo dell’odierna corruzione, ed alla chiusa sulla divina Providenza nel permettere questi castighi; e poté con santa esultanza anche questa volta ripetere la massima di questa parrocchia: Cruce lata, pluvia data. La pioggia poi abbondante cadde agli 11 di settembre”.

PELLEGRINO MERLI PAROCO

Nel luglio 1881, caduta ai 9 l’ultima pioggia, s’ebbe la minaccia d’una siccità, che altrove invero fu assai sentita, ma che qui non lasciò le temute conseguenze. Per implorare la pioggia furono tenute le preghiere giusta l’ordine descritto (vedi più sotto) e si giunse fino a portare nel venerdì la statua dell’Addolorata, in cui si ebbe occasione nel discorso di scoprire le piaghe che meritavano la calamità; nel dì seguente s’ebbe la pioggia ma non pari al bisogno, per cui nella Domenica eransi annunziate le altre rituali funzioni, ma in quello stesso dì e nel seguente avendo piovuto bastevolmente, si ebbe invece motivo col canto del Te Deum di ringraziare il Signore. Ciò fu dopo il Vespro della solennità dell’Assunzione di M. Vergine”. (Così il Paroco D. Nicolò Guadagnini).

III

Norme per le processioni colla S. Croce nelle grandi calamità

Incalzando la siccità od altra calamità (così espone D. Merli) si fanno le pubbliche preghiere in questo modo:

Anzitutto si fa un Triduo di esposizione del SS. Sacramento sotto la S. Messa all’albeggiare, cioè si espone il SS.mo, poi si celebra la S. Messa intanto che si recita la corona e si cantano le litanie di Maria Vergine, e dopo la S. Messa le litanie dei Santi, colle preci relative e il Tantum Ergo.

Nella seconda settimana un Triduo a S. Croce, colle medesime preghiere ed il Vexilla Regis se la funzione si fa sotto la S. Messa; se invece si fa la sera, si cantano le litanie dei Santi o il Miserere coll’anzi detto.

Nella terza settimana si fa un ottavario coll’esposizione del SS. Mo Sacramento come sopra e la Domenica seguente non venendo la pioggia, o non cessando la calamità, s’invitano in Canonica Parrocchiale le Rappresentanze Comunali del Bleggio per trattare sulla continuazione delle funzioni. Si farà un secondo triduo a S. Croce e il Venerdì si porterà la statua della Madonna Addolorata con questo rito: Una S. Messa cantata al proprio altare e poi la sera Vespro, predica analoga e processione per la via di Druedo, Vergonzo e Villa ritornando alla Chiesa parrocchiale. In processione si canta lo Stabat Mater, il Miserere ecc. Porteranno la S. Immagine i Confratelli dandosi il cambio a sei a sei.

Perdurando l’afflizione, la Domenica seguente si radunano di nuovo i Rappresentanti comunali in canonica e i Sindaci della Chiesa e della Compagnia del SS.mo Sacramento, (se si facesse in chiesa, la ceremonia diverrebbe ancora più commovente1) e si stabilisce pel Mercoledì seguente un giorno di 40 ore come si pratica la Domenica dopo l’Ascensione di ogni anno.

Chiusa questa funzione senza venir esauditi, si radunano di nuovo in Canonica (in Chiesa ancora meglio,) tutti gli anzi detti e fanno il Voto di portare il Venerdì la Santa Croce; il voto si fa ginocchioni e il Parroco lo esprime, ripetendo gli altri le stesse parole.

Poi subito vien levata Santa Croce dall’altare e vestita si depone nella Cappella, ed intanto le campane annunziano il voto emesso a tutta la Valle. Il parroco tosto scrive al Decano di Lomaso, al Parroco di Banale, al Curato di Stenico e a quello di Saone partecipando che il Venerdì mattina all’albeggiare partirà la processione dalla Chiesa parrocchiale di Bleggio; così pure il Capo-Comune lo parteciperà ai detti Capi-Comuni e partirà ancora la sera il servo comunale per la consegna degli avvisi.

Meglio sarà fare il voto o parteciparlo la Domenica e levar poi dall’altare la S. Croce il Mercoledì di sera. Deposta la Croce, i confratelli del SS.mo Sacramento a sei a sei la venerano e la custodiscono.

Essendo dodici le frazioni della compagnia, ciascun paese dovrà spedire i sei confratelli per due ore ogni giorno, osservando che i paesi vicini facciano le due ore di notte per così continuare finché viene riposta la Croce nel suo altare.

Il Venerdì, destinato alla processione, tre ore avanti giorno le campane annunziano la processione e i rev.di Sacerdoti cominciano a celebrare le SS. Messe trovandosi già in chiesa numeroso concorso di popolo da ogni parte.

All’alba arrivano le processioni di Saone, di Stenico (ed altre eventuali) che vengono incontrate dalla chiesa parrocchiale mediante un Sacerdote, due accoliti, la Croce e i confratelli del SS.mo Sacramento. La prima processione da ricevere si è quella di Saone, che poi gode il privilegio di star più vicina a S. Croce.

Indi comincia la processione generale verso il monte per la via di Quadra. Si sfilano i ragazzi, i quali recitano la corona a drappelli, guidati da un uomo, poi gli uomini egualmente, indi i confratelli con candela accesa, gonfaloni e stendardi. Il Clero, incensata la S. Croce, intona il Vexilla Regis ed il popolo risponde col Miserere, Stabat Mater ecc. tanto gli uomini che le donne. Inalberata sul monte la S. Croce, il celebrante vi pone ai piedi la Reliquia di S. Croce vera, si dà l’incenso e si canta il Vexilla ed il Miserere, intanto che arrivano tutte le donne.

Poi il Parroco recita ad alta voce il Confiteor2 e, baciando divotamente la Croce, sale sul pulpito ivi appositamente costruito e vi tiene al popolo numerosa una predica analoga sui castighi ecc.; questa è la migliore occasione di parlare al popolo; il terreno amplissimo si trova quindi ben preparato ed un oratore animato da vero spirito ne può raccorre abbondantissimo frutto.

L’elemosina sì sul monte che in Chiesa va alla Chiesa parrocchiale per supplire alle spese della cera ecc. Intorno alla Croce, dal momento che è posta in venerazione, devono ardere giorno e notte quattro candele. Finita la predica, si canta di nuovo il Vexilla coll’Oremus analogo e si incensa; poi si abbassa Santa Croce ed intanto che sfila la processione si canta di nuovo il Vexilla rispondendo le donne collo Stabat Mater. I rev.di Sacerdoti la portano fino al rapido pendio, e poi la consegnano ai confratelli fino in capo allo Spiazzo della Chiesa parrocchiale, dove riprendono per l’ultima volta Santa Croce i rev.di Sacerdoti fino che la depongono nella Cappella.

(NB. Se sul monte vien concessa la celebrazione della S. Messa, come avvenne la prima volta quest’anno, allora la predica vien fatta al Vangelo della stessa rimanendo intatto tutto il rito sopra esposto. Nota d. C.).

Intanto il Clero, lasciata la Reliquia di S. Croce sull’altare di S. Croce, ritorna alla sagrestia, dove preparatosi il celebrante ed i leviti si canta la S. Messa solenne. (Se quella solenne fu cantata sul monte si celebra solo una Messa bassa. Nota del C.)

In quest’anno (1853) ai 19 agosto celebrò solennemente il rev.mo Decano di Lomaso, e il 2 settembre il rev.mo Parroco di Banale.

Dopo la messa si canta “O crux ave spes unica” si incensa la S. Reliquia e si dà la benedizione e così è finita questa sacra funzione.

Alle ore tre si canta coll’eposizione della Reliquia il Miserere, il Vexilla, si dà la benedizione e poi, chiusa così la funzione, parte la processione di Saone accompagnata dalla parrocchiale come nel riceverla, e così le altre processioni, se ve ne sono.

Santa Croce resta esposta fino alla Domenica di sera; dopo il Vespro e predica analoga, portata in processione nel giro del Corpus Domini, si ripone sul suo altare, dove risposta si canta “O Crux ave spes unica” si incensa, si recita l’Oremus della S. Croce, si dà la benedizione colla Reliquia. (Quest’ultima processione si fa nel caso, che ancora non abbia piovuto o non si sia ottenuta la grazia impetrata. N. del C.)

Per altro non v’è ricordo d’uomo, né tradizione, la quale metta in dubbio l’ottenimento delle grazie che si domandano, anzi tutti assicurano che sempre e poi sempre si ottenne la pioggia, o altra grazia chiesta, sicché è proverbiale presso i Giudicariesi il detto: Cruce lata, pluvia data.

In quest’anno 1853 si ebbe una pioggia di 8 ore la prima volta nel giorno che si levò la Croce dall’altare, e poi il cielo si fece di bronzo fino ai 2 settembre, giorno in cui fu portata la seconda volta sul monte; in questo giorno le campagne furono ristorate dall’acqua ed entro tre giorni cominciò poi una pioggia dirotta di quattro giorni da saziare anche i prati e l’alberatura.

Nel tempo che Santa Croce stette esposta, si ottennero oltre le grazie temporali, grazie spirituali segnalatissime. Tutti, tranne pochissimi rotti al vizio, si accostarono ai SS. Sacramenti colla massima divozione, e si vide un cambiamento consolantissimo universale, notato pure universalmente.

(Fin qui quello zelantissimo e santo uomo Don PELLEGRINO MERLI)

IV

La processione al monte nella siccità del 1895

Siamo nell’autunno dell’anno 1895; una desolante siccità colpisce tutto il Trentino. Fino dal 20 luglio le terre non sono ammollite da una pioggia ristoratrice, ma arse da infuocati raggi solari da fare ascendere il termometro Rèamur ai 28, 30 e 32 gradi. Le fonti si disseccano, ed alle scarse raccolte si aggiunge l’impossibilità di fendere la terra per affidarle le sementi autunnali. Qua e là ardono i monti e formano tetra corona alle macerie ancora fumanti dell’immane incendio di Tione.

Tutto è squallore; i pochi ed appassiti frutti cadono assieme alle disseccate foglie; non stilla di rugiada che ci rinfreschi, ma cocente sole che ogni giorno rende il calore soffocante. Le pendici intorno a questa valle, i boschi dei monti, tutto rosseggia, tutto è arido e secco. Gli armenti scaricati dalle malghe anzi tempo, sono chiusi nelle stalle, non trovando filo d’erba verde pel pascolo autunnale. I prezzi degli stessi già segnano un ribasso e tradiscono anche da questo lato le speranze del povero alpigiano.

Da oltre un mese con pubbliche preghiere si invoca dal Signore la desiderata pioggia; dovunque si fanno pellegrinaggi di devozione, e vengono invocati i Santi più miracolosi.

Anche qui, dopo replicati Tridui al SS.mo Sacramento ed a S. Croce, si viene a praticare tutto quello che si notò più sopra prima di venire alla solenne esposizione di Santa Croce e sua processione al monte. Le istanze che si venisse ad emettere il voto furono vivissime da parte dei parrocchiani e degli esteri, finché il giorno 29 settembre si lesse sulla porta della Chiesa il seguente

AVVISO SACRO.

In seguito a domanda dei due onorevoli comuni di Bleggio Superiore ed Inferiore e coll’adesione del R.P.V. Ordinariato di Trento.

Venerdì 4 ottobre

si trasporterà con istraordinaria processione sul monte della Guarda il prodigioso legno della Croce che da oltre tre secoli si venera in questa Chiesa parrocchiale.

Il mercoledì a sera verrà levata dalla sua nicchia la Croce miracolosa ed esposta nella Cappella per l’adorazione de’ Confratelli del SS.mo Sacramento; il Venerdì, all’albeggiare, partirà la processione verso il monte per la via di Quadra seguendo l’ordine che si tenne il 23 agosto 1861, ultima volta che fu portata in processione.

Essendo nota la fede e la devozione dei Giudicariesi per questo Santo Legno, si spera che vi concorreranno in gran numero con sentimenti di vera pietà.

S. Croce, 22 settembre 1895.

p. G. BATTA LENZI Parroco.

In quella stessa Domenica 29 settembre il m. rev.do sig. Parroco di S. Croce dal pergamo tracciò il modo che i fedeli dovevano tenere nella processione, e disse pure che avea incamminati gli atti presso la R.ma Curia per ottenere il permesso di poter celebrare la S. Messa sul monte. Animò tutti ad intervenire divotamente e non prendere la cosa come un divertimento, ma ad essere penetrati da vero spirito di cristiana divozione e, coloro che si sentissero, a fare il viaggio digiuni e con sentimento di penitenza.

Ai Comuni raccomandò la riattazione delle strade per il passaggio del popolo e degli stendardi.

Il concorso del popolo nei giorni della esposizione di S. Croce fu numeroso e devoto; il giorno innanzi, cioè il 3 ottobre, fu un continuo andirivieni di devoti forestieri che giungevano da ogni parte per essere presenti alla funzione del giorno 4. Alle ore 1 di notte il segno delle campane invitava i fedeli della Parrocchia a radunarsi nella Chiesa. Alle ore 11/2 la Chiesa era piena zeppa e lo stradale di Villa era ingombro di gente che continuava ad arrivare. Alle 2 fu celebrata la prima S. Messa dal Curato di Campo, e fu messa doppia guardia di confratelli attorno al Santo Legno per tener l’ordine fra i fedeli che accorrevano per baciarla. Erano due correnti di flusso e riflusso di divoti che andavano e venivano, e in quella notte, tutti erano forestieri. (Così dalle note fatte da un confratello ivi presente).

Arrivato a questo punto, il compilatore cede la penna al Cronista della Famiglia Cristiana di Trento3, che su quel giornale ci descrive questa sacra funzione come segue:

“Degno dei fasti giudicariesi, e segnarsi albo lapillo4, egli fu certo questo giorno consacrato ad onore della Croce taumaturga per ottenere la tanto sospirata pioggia. Quella fede viva dei nostri avi verso questo Vessillo di redenzione non è spenta ma brilla vivissima anche nei tardi nipoti, e l’ottimo Iddio ne la ricambiò già a chiari indizii. Vorrei tentare di far una giusta relazione della processione di ieri5, nella quale si portò la Croce sul monte, ma prevedo che n’uscirà una meschina cosa di fronte alla realtà che ci fu dato vedere e gustare. Venerdì 27 settembre dopo un giorno di adorazione fatto da tutto il popolo di Bleggio in onore a Gesù in Sacramento, le due rappresentanze comunali al completo si adunavano nella chiesa parocchiale, e là dinanzi al Crocefisso prostrate a terra assieme al parroco emettevano il voto solenne di portare, secondo il rito antico e le antiche tradizioni, la S. Croce sul monte al prossimo venerdì. -Fu una scena commovente quella e che strappò a più d’uno dei presenti delle lagrime calde di commozione. –La notte seguente la prima acqua cadeva nella vallata.

Mercoledì 2 ottobre, dopo i vespri solenni, si venne a togliere il Legno Santo dalla nicchia del suo altare ove si stava senza esser mosso da 34 anni (ultima volta che si portò ancora sul monte) e veniva deposto nella capella rispettiva adagiato sopra cuscini e guardato giorno e notte per turno di un’ora da sei confratelli del SS. Sacramento. -Numeroso popolo era presente a quella solenne ed imponente cerimonia, fra lagrime di pentimento e sussulti di cuori commossi.

I tribunali di penitenza venivano assediati giorno e notte, e le comunioni dei devoti furono in numero consolantissimo. -Intanto venivano divulgati gli avvisi che all’alba del giorno 4 ottobre la Croce benedetta sarebbe portata in processione di penitenza dalla chiesa fino sul monte, al luogo ove la primiera pietà l’aveva innalzata già da oltre tre secoli.

La notte seguente cadde, dalle ore I. ant fino alle 6 una pioggia sufficiente per le seminagioni autunnali.

La divozione alla S. Croce di Bleggio è grandissima nelle Giudicarie tutte e nelle vallate vicine, e perfino nel vicino regno, e già si prevedeva un concorso numeroso a questa processione; ma la realtà superò di gran lunga l’aspettazione, perché non si ebbe giammai fin quì a numerare tanto popolo accorso in simili occasioni. Il giorno 3 ottobre cominciarono a venire quelli più lontani e nella notte dai 3 ai 4 ottobre venne il resto. -Una notte illuminata da una luna piena e rinfrescata dall’acqua caduta e dalla burrasca scatenatasi dal Gruppo di Brenta circa le 9 del giorno 3, la quale fece nascere un vento da portarci via tutte le nubi. -Già alle una dopo la mezzanotte le campane suonavano lontano lontano. -Era il segnale che s’avviava qualche processione di divoti alla volta di Bleggio. Alle due dalle alture di Banale segnalavasi una lunga fila di lumi; erano quelli di S. Lorenzo in numero di 500 guidati dal loro curato; indi un’ altra più lunga discendeva da Stenico; una da Ballino guidata dal curato; e nel mentre s’avviava alle 3 quella da Fiavé col proprio curato, dando commovente spettacolo nel percorso di quell’altipiano, dalle alture del Durone si faceva innanzi maestosa quella di Saone. Erano cinque le processioni che come striscie lunghe di fuoco si vedevano qua e là tutte convergere ad un unico centro, S. Croce di Bleggio. Il suono dei sacri bronzi, i canti di penitenza che si spandevano per l’aere in quella notte serena, erano tale uno spettacolo all’uomo di fede che cavava le lagrime. Intanto sulle alture di Bleggio, come faro dal porto, si vedeva a luce bengalica illuminata la Croce monumentale, la quale “Fede e voto d’un popolo di forti, dal granitico masso ergea la testa”6. Scena reciproca di commozione era l’incontro fraterno che la Confraternita di S. Croce, con alla testa il clero della parrocchia, faceva alle singole processioni man mano che arrivavano. Gli stendardi, i gonfaloni splendevano anche di notte pel lucicare dei lumi, per il chiarore della luna; -ad ore 4 ¼ tutto lo spiazzale di S. Croce, tutta la chiesa, era zeppa di divoti. Ad ore 4 ¾ finalmente comincia a sfilare la lunga processione, ed i primi toccavano le alture di Quadra quando appena usciva la Croce, levata da sei sacerdoti e portata da loro per tutto il percorso dello spiazzale. Dopo il popolo maschio seguivano 800 confratelli in divisa e candela con un buon numero di lanterne, gonfaloni e stendardi; veniva poscia la pesante Croce portata da confratelli che di quando in quando si davano il cambio, grati della sorte di provare in minimun i patimenti di Cristo nell’ascesa al calvario. -Seguiva il clero in numero di 14 sacerdoti, e sotto il baldacchino il parroco di Bleggio che portava la reliquia della S. Croce. Dopo il clero, una lunghissima fila di consorelle, parte in divisa e le più senza, ma tutte con ceri in mano da formare una lunga striscia di fuoco che a curve e giri ascendeva la lunga pendice che porta al monte di S. Martino ed al luogo della Guarda, meta del pellegrinaggio devoto. -Il Vexilla Regis prodeunt7, lo Stabat Mater8, il Miserere, il S. Rosario, erano le preghiere che si cantavano, si ripetevano, si alternavano, si confondevano lungo il tragitto. Quale scena indescrivibile! Gli intervenuti alla sola processione sommarono ad 8700, dei quali 3940 donne! Se vi aggiungiamo il migliaio di persone che stavano sul luogo alla Guarda, e le poche impotenti ad ascendere che se ne stettero alla parrocchiale, si può dire, senza tema, che le persone accorse a questa solenne manifestazione di pietà e di fede erano 10 mila, altri più rigorosi ne sommarono 9000.

E tutto questo popolo si trovava a 1100 metri sopra il livello del mare allo spuntare del sole – furono impiegate più di due ore nella salita – e tutto raccolto nell’unico piano inclinato della Guarda, luogo da cui l’occhio spazia su tutte le Giudicarie esteriori. Portata la Croce al sasso, dove circa tre secoli fa veniva eretta la prima volta, coll’aiuto delle corde e di puntelli si alza e si rimette nel buco del granitico masso. Ai piedi della stessa si prepara tosto l’altare per la S. Messa.

Era la prima volta che là si celebravano i divini misteri, e questa fu una grazia specialissima che ci fece il nostro Principe Vescovo volendo favorire ancora una volta, come fecero gli antichi Pastori tridentini, i suoi giudicariesi. Tanta grazia fu accolta con sentita riconoscenza da tutti, e ad ore 7 ½ dopo l’incensazione della reliquia della S. Croce, il coro di Bleggio intuonava il Kyrie della messa votiva in onore di S. Croce. Un popolo di 10 mila persone era là prostrato sulla zolla inaridita e sull’erica secca per ringraziare Iddio della pioggia ottenuta mercé la virtù della S. Croce e per ottenerne dell’altra. Eravamo là tra cielo e terre, e si parlava con Dio da tu a tu, come il nocchiere in alto mare. La s. Messa veniva celebrata dal parroco locale.

Al vangelo ascende il pulpito, preparato a fianco dell’altare, il curato di Fiavé e saluta la croce con una voce baritonale in re alto con queste parole: –Salve croce santa e taumaturga; nelle umane sorti “unica a noi mortali speme che resta” salve! O crux ave spes unica! e per 23 minuti con cuore commosso e convinto parlò alla moltitudine che attentissima e commossa pendeva dal suo labbro. -Dimostrato il perché degli umani flagelli mandati da Dio, ed in ispecie della passata siccità, toccando dei disordini presenti nell’umana società non esclusa quella giudicariese, venne additando al modo di allontanarli col far ricorso a Dio colla preghiera e col pentimento. L’esame di coscienza che fece l’oratore per sé stesso e fece fare a tutti noi, là dinanzi alla Croce, simbolo di quella che discenderà con Cristo sulle nubi nell’estremo giudizio, commosse e conquise. In fine chiudeva il suo dire coll’animarci alla preghiera e ad unirci al sacerdote che per la prima volta dopo la creazione del mondo celebrava colà il divin Sacrificio onde chiedere la conversione degli empi, lunga vita e conforto nelle presenti amarezze al Sommo Pontefice Leone, al Pr. Vescovo, che volle essere benigno con noi permettendoci quassù la s. Messa; accennò pure all’onomastico dell’augusto Sovrano e per Lui pure invitò a pregare, ed infine per tutti colà uniti ad adorare la Croce, onde nell’estremo dì del giudizio tutti fossero alla destra per essere benedetti da Gesù e seguire la Croce nella beatitudine eterna. Finita la s. Messa, e recitati tre Pater ed Ave, si ripeté da 10 mila petti la popolare invocazione: “Vi adoro, o S. Croce” et reliqua. -Deposta poscia la Croce, e portata per pochi minuti dal Clero, si discese dal monte per altra via nel medesimo ordine, e si arrivò alla parrocchiale ad ore 11, dove si celebrò la seconda s. messa dal m. r. parroco di Banale.

Ancora innanzi il pranzo la massima parte del popolo fece ritorno alla proprie case, e vi posso assicurare che non successe il minimo inconveniente, neppure dal lato sanitario, ed il medico locale che fu sopra luogo tra i divoti ne fu felice testimonio assieme alla benemerita arma.

La S. Croce resterà ancora esposta alla venerazione dei fedeli, e domenica prossima dopo i vespri sarà risposta sul suo altare.

Confidiamo in Dio che vorrà compiere i nostri voti mercé questa Croce santa, concedendoci il resto della pioggia che ci abbisogna.

P.S. S. Croce, 5 ottobre. Questa notte circa le 1, dopo una notte lucentissima, d’improvviso si rannuvolò il cielo e ci mandò un po’ di pioggia, ritornando poscia sereno. E’ una stilla di altra grazia ed un nuovo argomento che da noi non si invoca invano questa Croce, benedetta mille volte ed ora.”

La Domenica susseguente, essendo anche la Festa della Madonna del S. Rosario, dopo il Vespro e la predica, si portò per la via di Bardiane la S. Croce dai confratelli, e dietro la Croce seguiva la Statua della Madonna del Rosario portata dai giovani come il solito.

Anche in quest’ultima processione i confratelli vollero far almeno una piccola parte di portatori e con santa gara si davano lo scambio senza lagni e disordine.

In Chiesa venne portata dai due Massari, dai due Direttori e da due Maestri. Durante la processione i sacerdoti alternavano il canto delle Litanie col Vexilla e lo Stabat Mater e, finita la processione, la S. Croce fu risposta dai confratelli nel suo altare e quindi incensata e si diede la benedizione colla S. Reliquia. La notte fra il 7 ed 8 ottobre cadde la pioggia che continuò poi dirotta il giorno 8 e 9 talmente che ridusse al nulla la fiera di S. Eleuterio che pel solito si tiene a S. Croce con gran concorso di animali e persone. Sicché anche questa volta si confermò il detto giudicariese che: Cruce lata, pluvia data. Croce portata, pioggia data.

V.

L’altare di S. Croce e il monumento marmoreo

Circa il bellissimo altare della S. Croce in tutto legno dorato di retto stile del secolo XVI poco possiamo ora dire per la fretta di radunare queste memorie. Non va dubbio ch’esso venne innalzato dopoché il Legno benedetto fu riportato dal monte, e forse subito dopo, per lo slancio di fede nel preparare un degno ospizio a questa Croce taumaturga.

Il cancello di ferro che racchiude detto altare è di recentissima data, cioé dell’anno 1850. Esso è opera di uno Scala di Verona ma fatto su bellissimo disegno del Parolari da Seo in Banale, valente disegnatore e che mostra (così scrive il Parroco D. Pietro Slanzi 1851) squisito conoscimento delle moderne scuole. Lodano gl’intendenti in quell’opera un’ armonia non comune nelle parti che gli dà una sveltezza e leggerezza che ricrea l’occhio, come pure una sapiente sobrietà dell’ornamento che non impedisce alla mente di contemplare il puro pensiero dell’autore. Fu uno sbaglio la doratura del medesimo, fattasi l’anno dappoi, in gran parte per oblazione di Giovanni Martini dello Spiazzo per grazia ricevuta nel risanamento del suo primogenito Giovanni da violenta miliare. Esso toglie a quel monumento quella solenne gravità che si addice a tutto quello che circonda la Croce.

Attorno al Monumento marmoreo diremo qualche cosa di più, perché ne troviamo preparata la materia nelle note del m. rev. Paroco D. Pellegrino Merli, il quale così ce lo descrive:

“Da quasi tre secoli il Bleggio si chiama Parrocchia di S. Croce a motivo della Croce miracolosa che si venera nella Chiesa parrocchiale, per la quale i Giudicariesi, ed altre valli ancora, hanno una speciale divozione a cui ricorrono con fiducia illimitata.

Da molti anni tutti i buoni desideravano di erigere una Croce distinta, onde dimostrare sempre più la divozione, e goderne la protezione, la quale da lontano per tutta la valle segnasse la Parocchia di S. Croce.

Questo fu il nobile motivo del voto fatto tre lustri sono da questa popolazione a piedi di S. Croce con alla testa il suo respettivo m. rev. Parroco di felice ricordanza D. Pietro Slanzi, di erigere una Croce colossale marmorea, come risulta dallo stesso documento depositato in allora nell’archivio parrocchiale, e non un basso segno politico, come inventarono i malevoli invidiosi dell’opera. La Croce, incominciata nel 1854 fu condotta a termine nel 1863 con una spesa di fior. 7000, tutti di offerte volontarie dei parrocchiani, i quali quantunque in anni assai penuriosi, ed avendo i più a lottare col bisogno, tuttavia senza venir mai eccitati, gareggiavano nella generosità, tanto da dover essere frenati. I ricchi allargarono la mano coll’oro, e anche i poverelli vollero portarvi il loro obolo o prestazioni manuali, tutti poi mirabilmente concordi nell’esecuzione. Fiduciosi nella Croce superarono numerose e somme difficoltà nel condurre ed erigere enormi massi, senza che mai succedesse il minimo inconveniente.”

Questo pio, marmoreo, colossale Monumento ha l’altezza di piedi 56 ½ le cui parti sono:

1.° Il basamento che si compone di due membri:

a) Lo zoccolo di granito, il quale è un quadrato col lato di piedi 18 e dell’altezza d’un piede e mezzo; i suoi angoli sono mutilati da una gola rovescia, che montando per mezzo di un tondino si unisce ad una grande guscia, la quale finisce trasformandolo in un ottagono. Nel piano della guscia sono collocate quattro palle di granito del diametro di due piedi capaci di portare una statua di grandezza naturale dimandata dal disegno.

b) La fascia circolare e sovrapposta alta un piede. L’altezza complessiva dello zoccolo è di 4 piedi.

2.° La gradinata di figura ottagona dell’altezza di piedi 6. Essa è composta di tre gradini bissati, stilizzata alla greca, con piani e spigoli a piano inclinato.

3.° Il piedistallo è pure ottagono d’una altezza di piedi 6 1/2, inscritto in un circolo del diametro di piedi 8; in fondo ha il suo listello con guscia, ed in cima la cornice o cimara, che invece di sporgere rientrando trovasi a metà della distanza da questo e dalla base. In ogni faccia dell’ottagono è praticata una nicchia capace a portare una statua di 4 piedi. Il piedistallo è un masso di granito d’un solo pezzo.

4.° La base che è un’ attica doppia col plinto di figura ottagona mentre tutti gli altri membri sono rotondi; è alta piedi 2 ½ col diametro superiore di piedi 4.4.

5.° Il tronco di colonna coll’imoscapo di forma rotonda, che per mezzo della guscia si trasforma in ottagono, ed ha il diametro di 4 piedi con un’ altezza di piedi 14, munito nei lati d’angoli di due ordini di mensole con baldacchino stilizzato alla gotica, capaci a portare una statua di 3 piedi. In cima finisce con guscia, che rientrando si trasforma nel quadrato della Croce.

6.° La croce. Il fusto della Croce è quadrato con lato di piedi 2 1/2 e di un’ altezza di piedi 16. Ognuno de’ suoi bracci sporge 5 piedi, ed il suo tronco superiore ha pure l’altezza di 5 piedi

“A maggiormente sollevare il monumento il terreno venne circondato di una dolce gradinata selciata con profili di granito e di 12 colonnette portanti una magnifica catena corrispondente.

Così torreggia questa croce colossale e col favore della posizione si mostra gloriosa a tutta la Valle; protesta imponente contro l’indifferentismo religioso, carattere del nostro secolo, e che certificherà in tutte le età quanto possa operare anche una povera popolazione animata da viva fede e da zelo, e come la fede e lo zelo vi si trovavano in vigore anche nel corrotto secolo decimonono.

Il disegno del monumento è parto dell’Architetto signor Pietro Parolari di Seo, pure Giudicariese; ad esso i migliori periti dell’arte non seppero né aggiungere, né levare un apice, ma solo ammirarlo.

Esecutore fu il sig. Giuseppe Valsecchi comasco d’una perizia non ordinaria. Ai 14 settembre 1863 ne seguì la solenne benedizione col concorso di oltre 4000 persone, quantunque giorno feriale. Vi assistettero 26 sacerdoti, due Decani, e due Parrochi.

Per cura dei comuni vi fu grande sparo di mortaretti con suoni della banda musicale di Arco; fu pel Bleggio la più bella festa di memoria incancellabile.

Nella chiusa dei Santi esercizi ai 29 ottobre 1865, qui tenuti col massimo frutto dai rev.di P.P Gesuiti Adelasio Giuseppe e Rocco Pesci, venne eziandio arricchita di 4 Indulgenze plenarie, cioè una in dicembre, la seconda ai 3 di maggio, la terza ai 14 settembre e la quarta ai 29 ottobre, e la domenica susseguente, se giorno feriale.

Oltre a queste indulgenze plenarie, furono concesse le parziali di 300 giorni a chi prega prostrato, da applicarsi eziandio alle anime purganti”.

(Dalle memorie di D. Pellegrino Merli)

La gradinata convergente che dalla via mena alla Croce fu costrutta dietro disegno e direzione del Paroco D. Nicolò Guadagnini negli anni 1875-1876 da Antonio Rocca9 e Frerotti Antonio10 di Bleggio. La spesa totale comprese le aguglie ascese a fior. 406; un benefattore diede 14 marenghi.

Questo monumento religioso, gloria specialissima di questo popolo, desta l’ammirazione di tutti i numerosi forestieri che visitano queste amene valli, e più d’uno dei dilettanti nell’arte fotografica lo riprodusse in molteplici posizioni. Le copie che ci vengono dal distinto nostro Untervegher sono le più naturali e ben riuscite.

Ci rincresce, che per la fretta di raccogliere queste memorie, non possiamo riprodurne su queste pagine che una sola in principio a conferma del suesposto. Ricompensiamo invece il lettore col riportare a chiusa il sonetto di D. Alfonso Toss, il quale in occasione che fu quì a fare il panegirico di S. Luigi nel luglio 1892, dinanzi all’imponenza di questo monumento fu talmente entusiasmato, da improvvisare questi versi, degni della nota musa del caro amico, rapito alla patria ahi! troppo presto

La croce monumentale di Bleggio
SONETTO

Fede e voto d’un popolo di forti
Dal granitico masso, ergi la testa,
O Croce santa, ne le umani sorti
Unica, a noi mortal, speme che resta.

Qui T’eressero i padri, e benché morti
Parlano il verbo ancor, che ai figli attesta
Quanta pietà li spinse, e quai conforti
Trassero del dolor ne l’ora mesta.

Lagrima di chi va, spasimo santo
Di chi ritorna a la sua valle, o Croce,
Di questo secol perfido nel pianto.

Addita il cielo al pio, nell’abbandono
Il misero consola, e la tua voce
De’ colpevoli in cor spiri il perdono

10 luglio 1892.

Don Alfonso Toss

VI

Parole del compilatore

Non sarebbe cosa fuor di luogo il fare qui accenno alle molteplici e segnalate grazie ottenute dai divoti per l’intercessione di questa Croce miracolosa, ma dovendosi in ciò procedere a seconda delle giuste prescrizioni ecclesiastiche, e stante il poco tempo concesso al sottoscritto per l’imminente occasione della 1.° S. Messa del nostro D. Angelino Caresani, è costretto a rimettere la cosa a tempi migliori e a persone più capaci per farlo.

Invece crede di esporre la sua opinione sul progetto che venne in mente a molti quest’anno di erigere qualche segno di monumento là sul monte nel luogo ove si ripose la S. Croce nelle occasioni del suo trasporto.

Chi propone di erigervi una Cappella, chi un semplice capitello, chi qualche cosa altro.

Questi progetti nacquero quest’anno nell’occasione che ivi si celebrò per la prima volta la S. Messa. Visto che la celebrazione degli Augusti Misteri in luogo aperto ed esposto al sole ed all’aria ecc. potrebbe recare serii inconvenienti o profanazione all’Incruento Sacrificio, corse alla mente di costruire un luogo riparato a tutto ciò ed in pari tempo in una forma da essere veduto da ogni luogo di quel piano inclinato.

Anzi a questo scopo i principali del paese e le cariche della Confraternita si unirono già per trattare della bisogna.

Ora si domanda: sta bene di erigere colassù un luogo dove alle eventualità si possa celebrare la S. Messa, e che in pari tempo ricordi ai posteri il primiero sito su cui venne innalzata la Croce miracolosa? Ovvero non sarebbe miglior cosa lasciare il tutto come sta nella sua semplicità naturale ma pure di un’ imponenza che sa del sovrasensibile?

Il compilatore, che fra le molteplici tradizioni prescelse quella che maggiormente resiste alla critica, e che ricorda come per evitare disordini e profanazioni della festa, fu portata alla parrocchiale la Croce portentosa, non vorrebbe che facendo colassù nel monte qualche sacro riparo, o checchessia, non fosse nuova occasione per avviare nuovi inconvenienti, non potendosi in qualsiasi tempo sorvegliare un eventuale concorso di divoti, forse non sempre tali.

Considerando il tutto con matura riflessione egli sarebbe di opinione di ripetere nihil innovetur.

Non si faccia nulla di nulla alla spianata della Guarda. Il masso dove fu piantata la prima volta Santa Croce è là nella sua grave e grande maestà che sfida i secoli avvenire come sfidò e vinse i secoli passati.

Se poi in un’ altra occasione, che Iddio tenga lontana anni molti, si dovesse portare ancora colassù il Santo Legno, e data concessione, celebrarsi l’Augusto Sacrificio, c’è il modo di fare ancor meglio di quest’anno le cose in tutta forma rituale, senza paura di intemperie od altro. E poi sembra forse più solenne la celebrazione del Divin Sacrificio entro le anguste mura di una Cappella o Capitello, che quella a cielo sereno con il baldacchino sopra l’altare sostenuto da uomini, statue in carne ed ossa con un cuore che palpita commosso, con attorno stendardi e gonfaloni che formano corona marziale e dinanzi migliaia di divoti che da qualsiasi parte vedono ascendere il fumo degli incensi, l’Ostia d’amore, il Dio Umanato nascosto sotto le specie eucaristiche, e sentono la parola di Dio passare le più interne fibre del cuore?

Vuole forse Iddio che colassù diamo qualche segno esterno di nostra divozione verso Santa Croce? Fin qui non pare; giacché Egli nella sua misericordia ci esaudì sempre col solo viaggio di penitenza sul monte portandovi la Croce miracolosa. Dunque lasciamo lì i progetti pel monte e, se proprio si vuole fare qualche cosa in onore di S. Croce, facciamola al basso.

Evvi la facciata della chiesa che aspetta da secoli il suo compimento perché diventi degna Chiesa matrice delle numerose chiese della Parrocchia; evvi l’interno della stessa che merita una ripassata nelle sue tinte ecc. E poi? Non sentiamo noi da tempo un bisogno nella valle tutta di erigere ferialmente un Ospitale-Ricovero, che nel mentre procura di sollevare o cura i corpi di tanti nostri poveri languenti, procura alle loro anime più facile salute? E la prima idea di tale opera umanitaria e religiosissima non uscì ai piedi ed attorno della Croce nostra? Non fu forse inspirazione della Croce l’iniziativa già presa, e la costituzione di un comitato, e la compilazione d’uno Statuto, e l’esistenza d’una Società che s’incammina a questo scopo santo?11

E se nella presente occasione di una messa novella, il vostro compilatore sacrificò ore del giorno e della notte nel metter assieme queste linee in omaggio alla Croce Santa, non potrebbe dirvi che dalla Medesima si aspetta una grazia delle più segnalate, qual’è quella di vedere in breve avvenire la realizzazione di questa Pia e Santa Opera? Oh! sì dai figli di S. Croce anzitutto, e poi dal concorso di tutti i miei fratelli di quà e di là del Durone, e dagli estranei ancora a queste valli, s’aspetta efficace aiuto in questa providenziale istituzione.

Queste memorie stesse, se non morranno prima di nascere, scorreranno per tutte le nostre valli tenendo via la scintilla di questo santo fuoco della carità, che conseguirà il desiato scopo. Ma sapete che? Dove la troveremo noi una divozione che ha e avrà più merito in onore di S. Croce, se non nel prepararci entro questa valle e forse attorno alla stessa Croce Taumaturga un edificio che serva per Ospitale-Ricovero? Lo chiameremo anzi, se volete, e lo vorremo, Ospitale-Ricovero di S. Croce.

O qui sì, ve lo assicuro, Dio lo vuole, e la Croce Santa ci benedirà nel farlo e noi ad opera compiuta ci sentiremo d’essere figli più degni di S. Croce e Giudicariesi d’antica fede e di moderne opere.

Se effetto di slancio di fede e di zelo ardente fu il monumento marmoreo che domina e protegge la valle dalle amene pendici del Bleggio colla spesa di 7000 fiorini, come non si potrà quadruplicare quell’effetto se all’avita fede ed allo zelo che ancora vive, si aggiunge l’urgente bisogno di tanti disgraziati e poveri nostri fratelli, che aspettano una mano pietosa che li accolga e li curi in luogo opportuno? La società per l’Ospitale Ricovero è già legalmente riconosciuta, il Paroco di S. Croce ne è il Preside presente, dei generosi già a quest’ora misero il primo lievito vivificatore. Ognuno e tutti che sentono amore pei fratelli, e ognuno e tutti che si vantano d’essere divoti di questa Croce ammiranda, corrano ad associarsi, od almeno col loro piccolo obolo concorrano ad accrescere quel peculio che, lo speriamo, ci darà in un non lontano avvenire compiuta l’opera umanitaria e santa.

Serva quest’opuscolo a portare entro la più remota stamberga delle nostre alpi l’appello santo; e sicuro di trovare sempre un cuore che vi corrisponde si segna fidente.

S. Croce, 29 dicembre 1895

Il compilatore

p.L. Guetti


1) Nota del compilatore

2) E’ la preghiera penitenziale della celebrazione eucaristica in rito romano (“Confesso a Dio Onnipotente e a voi, fratelli, [..]”)

3) In realtà il compilatore di questo opuscolo e il Cronista della Famiglia Cristiana sono la stessa persona. Don Guetti infatti si serviva di vari pseudonimi per scrivere articoli sui giornali dell’epoca tra cui quello di Cronista per il giornale La Famiglia Cristiana.

4) Locuzione latina, a significare un giorno da ricordare a causa di un lieto o memorabile evento

5) Sul giornale La Famiglia Cristiana don Guetti scriveva infatti in data 21 settembre 1895:

“(Per implorare la pioggia) si trasporterà con istraordinaria processione sul Monte della Guarda il prodigioso legno della Croce, che da oltre tre secoli si venera in questa chiesa parocchiale.

Il mercoledì di sera verrà levata dalla sua Cappella la Croce miracolosa ed esposta in chiesa per l’adorazione dei confratelli del SS. Sacramento, e venerdì sull’albeggiare partirà la processione verso il Monte per la via di Quadra seguendo l’ordine che si tenne il 23 agosto 1861, ultima volta che fu portata in processione”.

6) In questo passo don Guetti cita il sonetto composto da Don Alfonso Toss e riprodotto nel 1894 dal parroco di Santa Croce don Giovanni Battista Lenzi sui biglietti pasquali consegnati alla gente unitamente a una riproduzione della croce monumentale. Il sonetto viene riportato da don Guetti nella parte finale di questo opuscolo.

7) E’ un inno che viene cantato il venerdì santo in onore della Santa Croce

8) Dal Latino “Stava la madre” è una preghiera attribuita tradizionalmente al Beato Jacopone da Todi

9) Antonio Rocca, originario di Cavaione, detto “pilom” nacque il 2 giugno 1831 e morì il 19 maggio 1906. Era figlio di Giacomo Rocca e Domenica Andreolli. Fu uno dei primi soci della Cassa Rurale di Quadra fondata da don Guetti (Anagrafe della Curazia di Quadra, p. 12)

10) Frerotti Antonio, originario di Madice nacque il 23 giugno 1933 e morì il 4 giugno 1906 come risulta dal relativo santino mortuario. Era figlio di Giuseppe Frerotti e di Barbara Caresani (Notizie desunte dal santino mortuario; gentile concessione di Iori Gianni)

11) Don Guetti scriveva nel 1896 in un proclama inviato alle rappresentanze comunali, ai corpi morali, ai funzionari pubblici e ai possidenti del distretto di Stenico per promuovere la raccolta di offerte per la costruzione del futuro Ospedale-Ricovero per le Giudicarie Esteriori. Proclama rinvenuto unitamente a numerosa documentazione guettiana nell’archivio dell’APSP di Santa Croce di Bleggio.

La guida del comitato per l’ospedale era infatti nelle mani degli stessi promotori della prima cooperativa di consumo trentina che nacque a Villa di Bleggio nel 1890: il parroco di Santa Croce don Giovanni Battista Lenzi (presidente), don Lorenzo Guetti curato di Fiavé (vice-presidente) e il maestro della scuola di Comighello Daniele Speranza (socio-segretario). Quasi a significare che con la nascita della prima cooperativa di consumo si era creato un vero e proprio team ben oliato nei propri ingranaggi.

Soggetto produttore:Monauni, Trento
Data:29/12/1895
Pseudonimo:
Descrizione:Opera a stampa autografa, è dedicata alla Santa Croce di Bleggio e ne spiega l’origine del culto, le processioni in località La Guarda e le norme che le regolavano (in particolare quella del settembre 1895) e descrive la storia dell’Altare della Pieve di Santa Croce e del monumento marmoreo. L’opera si chiude con alcune considerazioni personali dell’autore.